AGLI
ATTI
-DIARIO DI UN RITROVAMENTO-
(sull'opera
di Gabriele Ercoli)
"Desueto
era il narrare rettilineo
quando la mano incideva queste
tavolette rinvenute sotto stratificazionegeolinguistiche"
Già
da anni mi aggiro tra frammenti
e scavi di epoche ormai scomparse,
riflettendo sull'artista, che
è insieme depositario
e archeologo perchè appartiene
alla ristretta cerchia di chi
sa intuire, poi giurare, poi
raccontare sugli uomini, scoprendone
gli avvenimenti, fra passati
poteri o vicissitudini presenti.
Non a caso lo spazio e il tempo
sono gli interpreti della vita
quotidiana e dei grandi segreti:
costruzioni, macchinazioni,
invenzioni mirabolanti, città
e templi - nonché della distruzione
e del saccheggio di essi. E
solo gli scrittori/archeologi
riconoscono le impronte/indizi
che permettono di rivelare,
anche se parzialmente, quei
misteri, poiché il linguaggio
e i vari generi compositi, che
fiorirono e poi scomparvero,
fanno ancora parte di un codice
simbolico comprensibile a pochi,
o ai 'sacerdoti' che da millenni
ne detengono le chiavi.
"Davide,
Salomone, la Regina di Saba,
Guglielmo di Lorris, Giovanni
di Meung, Paracelso"
Infatti,
camminando davanti a questi
simulacri, è certamente la suggestione
che influenza gli umori. Sono
appunto i segni incisi sulla
terracotta che risuonano accompagnati
da cori e semicori narranti
profanazioni simili a quelle
fantastiche prodotte dal vento
sulla materia, sussurrando i
dubbi di un mondo in cui il
pensatore era diverso da come
oggi lo ritroviamo e (da viaggiatore)
non posso che ascoltare e stupire
alle sue lucide dichiarazioni,
o alle intense ovazioni che
ancora si levano da un contemporaneo
ziggurat dove i guerrieridi
sempre lottano, amano, tramano
e uccidono.
"Ur
dei Caldei, Gerico, Sodoma,
Gomorra, Troia, Alessandria,
Cartagine, Gerusalemme, Aquileia,
Pompei, Barcellona, Varsavia,
Leningrado, Stalingrado, Berlino,
Dresda, Hiroshima..."
Queste
lavagne, tinte con sovrapposizioni
di argilla verde, blu, rossa,
vanno a riprodurre ciò che un
testimone del 2000 d.c., erede
della civiltà della Sfinge,
della Mezza Luna, di Atene,
di Roma, della Marsigliese e,
quindi, della fatiscente "Età
della Ragione", ha in sé custodito,
sfidando il flusso che l'universo
guida. La sua 'scrittura' e
il metodo evocano connotazioni
stilistiche difficilmente collocabili.
Difatti l'autenticità varia
con uno scarto di mille anni
in più o in meno (misure e simmetrie
non sempre rispecchiano la virtù
- così come non sempre la stagione
è il parametro che permette
di riconoscere le differenze
fra i climi e le scelte). Ma
quei tell, quegli strati di
arena, contengono, se sfogliati
attentamente, modi e costumi,
grado di civiltà e di sapere
comuni a qualsiasi generazione,
però non i principi che, reconditi,
nei secoli hanno infiammato
il cuore degli uomini in preghiera
o in rivolta.
"Amava
la ragione, ma non sopportava
ciò che la realtà riversava
nell'attimo"
L'esperienza
mi suggerisce che ogni tell
va tagliato verticalmente, per
poi essere letto orizzontalmente
dalle mani dello scienziato,
perciò, scorrendo queste forme,
mi sovviene al ricordo sia un
cataclisma, a cui ho assistito
(la sparizione di un'isola -
forse Santorino), sia l'immagine
di un baro che, con l'aiuto
di un semiotico, volontariamente
ha sconvolto l'ordine logico
del ritrovamento, confondendo
nomi e connotazioni, allusioni,
allegorie, rimandi, impronte,
per sfuggire a una qualsivoglia
costrizione ideologica o teorica.
"L'acqua
(ormai) putrida
non è più bevibile dal saggio"
Dette
presenze hanno il potere di
far sprofondare il ricercatore
in una paura improvvisa e atavica
perché, eleggendosi a ciceroni
di tali scritture, con le loro
ali nere avvolgono e fanno rabbrividire;
infatti, nonostante pare manchino
di una causa reale, sono ricche
di un effetto che diviene razionalmente
agghiacciante, dove le improvvise
dissonanze e cadute spezzano
l'omogeneità del progetto, affermandone
la perdita e accusandone l'abbandono.
"A
Babilonia si adoravano 350 dei
e convivevano tutte le razze;
un solo incastro mancato
avrebbe potuto far scomparire
la falsa passione
e ciò che sotto tramava.
Il dio del fiume solo questo
attendeva"
Quindi
oso dire: forma come riprova
all'infinito di noi stessi,
come identità di un creatore
che, nella ricerca di compiutezza,
abbandona i nomadismi fisici
e culturali, i sogni fatui,
i cavilli critici, per riconoscersi
nella semplicità del gesto.
"Se
un pianeta è minato al suo interno
dall'equivoco perché l'individuo
non può rifiutare le strutture
di una società da lui stesso
generata?"
Affidandoci
ai lavori di Gabriele Ercoli
ripercorriamo quelle qualità
(e quell'animo) che rendono
possibile il ritrovarci "nel
continuo rigenerarci". La mutazione,
nella staticità di una primordiale
origine. Quasi una 'coniunctio
oppositorum', elevata a vortice
di coscienza e di scorrimento.
Quindi il sostenere un duro
destino, consapevolmente e coraggiosamente,
a scapito dell'esito finale,
e della possibile (ed inevitabile)
scoperta.
Gian Ruggero Manzoni