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NarrAZIONE

Gabriele Ercoli nasce nella campagna fermana, quando, alzando le ciglia sopra i solchi tracciati dalla madre, la città immota appariva una piramide solenne e lontana.
Nelle dita in terra la saliva.
Terra alla bocca percepita prima, sapore dentro e fuori quella mobile culla.
Così scalzo nel letto del fiume Ete Vivo, attraversato nel Vivaio in mano ad Assunta, pur di vedere nella casa dei nonni i carri di legno coloratissimi fatti da Alessandro. I suoi primi giocattoli mobili in legno fissati coi chiodi.
Tanto è il destino dell’arte, nell’Istituto di Fermo. Sei anni tra ceramiche e metalli. Poi l’Arno, l’alluvione, un’altra città di terra e fango.
Scavi e riscoperte, esperienze, i primi scalpelli nel marmo, il taglio “piallato” delle sgorbie per fibra nel legno, gli studi.
E il titolo di maestro d’arte, con lode, nel ’68.
Da una campagna all’altra, sette anni di nebbia a Caravaggio.
Ritorno alle origini, dentro la magia dei Sibillini, riscoperta della sua terra, l’Arcadia, mentre quella del nonno svaniva.
L’albero d’oro fatto di due, un acero colmo di grappoli.
Le viti arrampicate alla casa del nonno reduce.
Il nero del letame, caldo, maturo e fumante.
La sorgente d’acqua gelida dentro il pozzo.
Dove si può vedere il cielo.
La grande mucca bianca giorno e notte sulla terra come nella stalla.
La Grecia della memoria.
Nell’84 l’adesione spontanea al gruppo “Il Basilisco”; tra impasti, luce e colori dal fuoco. Esposizione delle terrecotte nell’86 alla galleria L’idioma di A. Piceno con il titolo “Rubare alla terra”.
Nello stesso anno la partecipazione al Concorso Internazionale della Ceramica di Faenza.
Dall’88, uscito dal gruppo, dimora tra le mura della città antica dove, grazie all’artigiano Pericle, riesce ad occupare la Chiesa della Congregazione degli Artisti e dei Mercanti sconsacrata da anni: una grande cripta della Chiesa di San Martino dove vivrà per sei anni la doppia magia dello studio.
Il luogo era carico di energia.
Di notte il tempo batteva dilatato al soffio di un grande allocco, che
sopra il trono di una gigantesca abside nidificava.
Dentro la chiesa-studio si avvertivano presenze e tensione, come nella soffitta della casa d’origine. Sembrava di non essere mai soli. Psiche prendeva il suo destino ripensando a quando la madre lo accompagnava in quello stesso luogo per l’Ascensione al Mattutino.
L’iniziazione. Le prime tele, nel dialogo tra aspirazioni, miti, Gabriele, artisti, mondo ombra e memoria.
Da una terra ad “un’altra”, anche sua: La scoperta.
I primi “Saggi” affondati in quelle fibre di legno industriale (medium density) scartate dalle falegnamerie Brestoli e Gentili. Tavole compresse, separate, fratte e in tensione aperte, sfibrate a livello molecolare, con cui l’artista si sente in subito empatia, considerandole subito Antimateria.
Dello stesso tempo l’Illuminazione davanti ai lavori di Osvaldo Licini a Monte Vidon Corrado. I mattoni di fornace del paese apparivano d’oro. La luce bizantina della fibra, scagliata, che intanto si veniva sperimentando, i “segni” come crine si rivelavano impastati con quelli di Licini, grumi bianchi sfrangiati nel cielo dei “Missili Lunari”. Le epifanie de suoi strumenti di lavoro, dei suoi indumenti, dei bastoni, di scritti poetici, dei luoghi, sono state come divinatorie; tanto da far restare l’artista fisso sulle opere beatamente seduto a terra, “Senza Tempo”.
Un fenomeno immanente. Come è successo a Rothko fissando più volte l’opera Atelier Rouge; di Matisse. In seguito anche i numeri, (88×88+8; è il titolo di un’opera), segnano simbolicamente questo tempo dell’arte.
Le avanguardie storiche, la fiducia al fare del periodo della transavanguardia, la creatività l’imprevedibilità del nuovo materiale spingono a scoprire l’interazione dei pigmenti ritratti dall’assorbenza del medium. Altri artisti, in senso orfico, concorrono alla formazione: Leonardo, Michelangelo, Giorgione, Bacon, Goya, Munch, Van Gogh, Matisse, Rothko, Burri e in modo più diretto i maestri espressionisti dell’arte lignea umbro-marchigiana. Il paesaggio è ormai dentro scavato, magnetico, magmatico e lunare.
Durante la guerra del Golfo, Ercoli 88;, la prima personale: la terra d’origine diventa quella di tutti. Opera, Una parete di luna e una finestra di buio, i solchi dolci dei campi del nonno opposti alle trincee seppellite dalle ruspe in Iraq. L’opera “Astro”, magnetica e circolare. “L’angelo Anarchico”, nero, con le ali spezzate. Città vibranti, metalliche, fuse, distrutte, di cui “Ci Sembrava Impossibile”
Nel ‘;93 espone 123 Luoghi;. La prima volta delle grandi tavole nude e“amorfe”, spaccate e
opposte alle vive fibre interne tratte in superficie. Tra queste “Chino”, che insieme al “Passaggio Archetipo”; e “88×88+8”; gli sono valse il premio internazionale MIART e l’esposizione alla galleria Philippe Daverio (Mi) con i cinque Testi “Haggadah”. Gian Ruggero Manzoni, curatore del catalogo per la mostra “123 Luoghi” scrive di “tavolette rinvenute sotto stratificazioni geolinguistice”.
Nel ‘95, prima di rifugiarsi nell’interrato di Palazzo Azzolino, allo Spazio Zero; della chiesa studio da sgombrare, espone su cavalletto “Passaggio Archetipo”, cobalto squarciato dal quale una scaglia-astro, più azzurra, si stacca dalla profondità del cielo.
Da questo luogo porta con sé una tabella in legno scritta, sulle due facce, a doppio gancio, sopra e sotto la cornice. In modo tale da potersi capovolgere e girare. Ed avvertire degli uffizi per i defunti , oltre che ai morti, movendolo, ha fatto sempre pensare alla sorte di un quadro di Malevic che i rivoluzionari avevano appeso al contrario e ai disegni doubleface di Licini.
Il fuoco brucia dentro la biblioteca grande di Sarajevo. Dagli altopiani del Fermano, le strade
bianche ortogonali al mare bruciano come proiettili accesi, sullo stesso cielo. Nello stesso interrato-bunker, nascosto nel silenzio del nuovo studio poca aria e senza luce, come uno scriba, continua a
scavare e battere le tavole fino ad oltrepassarle come implosioni telluriche: è la serie dei FrattiNeri o naturali, che mettono in luce la realtà nuda compressa dentro la nuda tavola.
Il critico Roberta Ridolfi, davanti a queste opere, cita Michelangelo parlando di scarnificazione dell’anima e di assorbimento della storia.
Il poeta Lucilio Santoni citando Jean-Luc Nancy scrive per Ercoli: “C’è una voce nella
comunità che si articola dall’interruzione e nell’interruzione.” Nello stesso periodo a SpoletoScienza sul tema della Cura ascolta l’antropologo Remo Guidieri autore del “Il Cammino dei Morti” , mentre cita l’opera di Tiziano “La Condanna di Marzia” scorticato vivo.
Si ritrovano per caso a Moresco. S’intendono e passano più volte insieme l’altopiano di Colfiorito, bevono acqua al valico del cielo e sostano a volte attesi dall’amico Angelo l’indiano, prima di “gettarsi” in auto nella francescana val Topina.
Nel 96 , in occasione della festa di Rifondazione Comunista allestisce nella pineta di Porto S. Giorgio quattro lavori cardinali di cui “Chicchirichì” orientato ad est come allarme per alzarsi a denunciare il massacro umanitario perpetuato sull’Adriatico.
Nel’97, invitato dal Comitato scientifico del Centro Studi Osvaldo Licini, espone a Monte Vidon
Corrado “Adriatico”, in senso speculare. Sul fondo del mare nè pesce né Lisippo ma bombe.
Una ricerca avanzata che affonda nel medium e nella storia. Fermo è di fronte al mondo e la realtà una grande pala d’altare orrenda che ci precipita addosso spaventosamente. In tale occasione, Remo Guidieri, nello scritto G:E:1, evidenzia affinità simbiotiche e simboliche tra l’artista e il suo medium, l’attaccamento alla sua terra e il suo sguardo rivolto verso il cielo.
“Cielo di Cerreto”, dono per l’amico Giuseppe, direttamente ritagliato nell’azzurro. L’opera Olmo, omaggio ad Osvaldo Licini, piantata sulla terrazza davanti alla sua casa, preludio al tema del Bosco.
La Torre, nel catalogo Ercoli 999, un’idea per Moresco rimasta nell’immaginario.
Numeri e Tempo continuano a preservare l’arte, archetipi di un nuovo flusso per la Galleria 999; che ne riprende il nome. Quello di via degli Aceti (nello studio sempre seminterrato) rimanda ad un doppio viaggio rappresentato in due opere dell’88-;89: una tela dipinta ad olio con una Dea picassiana, Iside? che entra negli Inferi zuppi d’acqua (Cisterne Romane), mentre al suo passaggio crolla un portale ogivale di via Leopardi, tra pesci rossi e un uccello annunciatore; Una tavola scavata e dipinta che rappresenta una grata divelta su via degli Aceti , pensando a Paul Klee: titolo: “Trasfigurazione”.
La pietra d’impasto romano incastonata nella muratura, alle spalle dell’artista che lavora al banco di sempre, si è fatta nuvola, bolle di breccia leggera, tra gli Oracoli azzurri, altre opere-nuvole.
Fuori, nella corte, sull’asse scavato nel rocchio d’una colonna, sboccia oggi un fiore, vicino agli alti steli intagliati del Bosco, che, stretti nello spazio affondano le loro chiome fantasmatiche nell’;unico azzurro di passaggio, quello delle nuvole, del cielo.
Al passaggio del millennio, arricchito dal valore della sua ricerca, sempre più convinto del suo antigesto, delle possibilità della sua altra materia nell’Arte e nel Mondo, l’artista, continua a rinnovare i gesti forti dei padri, traslando nelle tavole il battere violento della storia. L’Antimateria scossa da dietro (mentre l’agire cela il fronte) dal maglio di Ercoli si tende, resiste, cede, esplode nel vuoto, si spezza. La Tavola lievita, si apre nello spazio interno, separata a strati fissa il suo crollo a ventaglio. L’opera nera così sollecitata ora è rafferma della sua totalità, sul fronte vive la vita dalla sua profondità: mazza, morsetti, cunei, matita industriale, ascia, sgorbia, scalpelli, segno-sega. Ortoprassi; giusta economia di mezzi, gesti primari .
Daniele Van De Velde scriverà di un’artista che ha deciso di non perdere nè di vista nè di mano, la terra originaria che fissa e sola dà senso, simile nei suoi gesti tesi a raggiungerla, al bambino che con uno sforzo immane si spinge con la fronte verso la luce della nascita.
Nel 2002 allestisce una situazione nella casa-museo Periferie; esponendo sui campi aperti di stoppie “La Dea Delle Lucciole”;, moderna sintesi di tre culture arcaiche, con ceramica, acqua e luce.
Per lo stesso Museo, partecipa alla collettiva “Del Guardare e Del Vedere”(13 Dicembre, giorno di Santa Lucia), realizzando due vassoi neri prestampati, chiusi specularmente, con le superfici opposte strappate a forma di occhi.
Nel 2003, espone a Ferrara il “Bosco degli Estensi”, una scelta poetica fortemente evocativa rapportata al luogo. Vicino, appese alle vele del Castello, le “Navi dell’Aria”.
Lo stesso anno espone alla Galleria dell’Arancio di Grottammare le opere “La Grande Zolla” , “Bosco” e i “Fratti”.
Nel 2004, con la serie FrattiNeri;, espone Mesopotamia nell’ex Consorzio Agrario di Fermo semidistrutto dai crolli. Poi la serie di situazioni in studio: “Il Tipografo”, un moderno cilindro di carta avvolta con sopra una testa in ceramica dello stampatore che guarda alla parete le prime “Impronte” rosse stampate senza torchio; “Appesi alla Luna”: un altissimo vaso-figura fatto a colombini ispirato dalla ceramica arcaica Picena soprapposto a un semiglobo in trucioli di legno.
Per Natale 2006, espone “E’ Nata Una Foglia, nuda della sua culla”: un “nido” d’acqua scavato dentro alla tavola capovolta come zolla e aperta di luce a conchiglia.
Opere imprevedibili in fibra di legno rivoltata e flessa che fissano l’attimo nel passaggio di massima tensione ed espressività poetica. Modello, il volto, la figura del contadino fucilato nella tela del Goya, una presenza continua, decisiva. Voci che ti parlano nel cammino d’artista. Voci interiori, che si riconoscono salendo sulla magica montagna Sibilla o ricreando in studio un alter ego in ceramica: “Argo Fermo”, che sembra uscito dall’acqua per volare nel cielo destinato a viaggiare ruotando nel cosmo dell’arte guidato da una Dea.
Nel 2007 espone a Bergamo “Luce nella Luce” con il pensiero rivolto alla luce delle tarsie del Lotto in Santa Maria Maggiore. Nello stesso anno, invitato per una collettiva dalla galleria Dieci.due! di Milano, espone nel palazzo Montica di Pordenone l’opera “Caravella”: 22 cammelli in plastica stivati su una zattera trasparente per un doppio viaggio di onde e di dune e “Sottto Sopra” relativo all’Italia. Espone poi nel suo studio di via Padova, trasformato in galleria (Ghost Gallery) i nuovi lavori milanesi, sempre in M.D.F. precolorato, reperito nel cuore della Brianza.
Nel 2008 espone all’Isola di Milano “L’indecifrabilità dell’Oracolo”: 24 opere fratte nere e schegge “di guerra e di piombo”, due visitatrici milanesi di fronte alle opere chiedono all’artista se, le forme che vedono nei rilievi delle opere sono proiettili? Ercoli, sorpreso risponde: “Si signore, ma come avete fatto a riconoscerli?”. Una delle signore a sua volta: “Perchè a Milano durante la guerra li ho visti”. E’ Natale, dopo appena un mese, scatta l’eccidio israeliano dell’operazione a Gaza denominata “Piombo Fuso”.
Il 3 Giugno del 2009 a Milano, grazie alla Galleria Blancheart, allestisce “L’Albero della Luce” nell’Oratorium Passioniss in Sant’Ambrogio, dono fondante alla città in crisi culturale e una risposta al padiglione Italia della Biennale veneta curato da Luca Beatrice che, in stile leghista traspone in laguna un gruppo retorico di amici.
Nel 2010 occupa i 1000 metri quadri dell’Ex Consorzio Agrario di Servigliano (FM), in 4 mesi lo risana, lo imbianca, lo illumina e lo allestisce della mostra “Quattro4”. Sintesi ideale dove si fonde arte e terra: simboli, realtà, poetica, suggeriti dalla pianta quadrata della città e dalle 4 campate della struttura. Doppio epicentro di Terra dove l’opera affine affiora al mondo prima che i musei ne riducano la piena funzione evocativa strappandola all’oblio dei luoghi dove è nata.

Nel 2011 “PERLASO”, una mostra di 16 opere, estesa per 80 km dai Sibillini all’Adriatico, che seguendo l’acqua del fiume riflette l’eterno. Una proposta autentica che mostra le opere nei luoghi e dei luoghi dove sono nate e contro “ILLUMInazioni” del critico impotente Sgarbi che senza sceglierle accatasta Tir di opere in laguna.
Destino dello stesso anno, la scelta dell’opera “Appesi alla Luna” per la Biennale di Venezia da parte del “segnalatore sgarbiano” per le Marche, direttore dell’accademia di Urbino. Ercoli, documentato, rifiuta di esporre perchè in disaccordo col la proposta del direttore che comportava cambiare la parte semiglobo dell’opera scambiata dalla sua incompetenza per base.
Accetta invece la scelta per l’opera “FrattoNero” “segnalata”da Walter Scotucci ed esposta alla Sala Nervi di Torino sempre per la stessa Biennale di Venezia. Ma, dopo l’inaugurazione della Star Sgarbi caratterizzata all’ingresso del padiglione da un retorico Pignatelli e un clonato Boetti firmato Nespolo, l’artista presente decide di ritirare l’opera.
Nel 2012 MAZZETTA NERA, allestita nel mulino di S. Benedetto di Rapagnano lungo la provinciale Faleriense da dove l’artista dona di notte agli automobilisti di passaggio “banconote AAArcore serigrafate fresche di conio uscite in serie dalle pulegge rotanti dello stesso mulino”.
2015 “L’ALBERO della LUCE” allestito a Fermo: due interventi su un luogo sacro fondante per la città, ancora in presenza di acqua, albero e altare.
a) Rovescia il Cedro morto sul colle del Girfalco riflesso in grandi specchi posti sul prato, tale, che il suo doppio fusto penetrando la terra con la sua doppia potenza evochi l’asse del cosmo. Realizza così l’Albero Sacro che veste a mosaico e luce viva riflessa dal sole su nastri tattili. Sonori e vibranti su tutta la struttura al soffio del vento.
b) scava versi poetici sulla terra che evocano l’albero rovesciato rinnovando il senso di non morte.
I fruitori vivono l’opera nell’emozione passando sospesi tra due cieli in bilico sopra una stretta passerella.
2016 TRIENNALE di ROMA selezionato dalla commissione scientifica con l’opera “Apparizione” per l’esposizione del 2017 al Vittoriano con la seguente motivazione: “per la qualità dei suoi lavori e per il ricercato e profondo linguaggio che connota tutta la sua opera”.
2018 Partecipa alla collettiva “Art experience” organizzata dalla Galleria Wikiarte di Bologna.

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